Paura degli altri

Da chi è a disagio a una festa a chi non entra nei negozi o non esce di casa. Quando la timidezza diventa una malattia“

“Non è facile vederlo in giro: ama l’oscurità come la vita, e non sopporta la luce o il frequentare posti illuminati; porta il copricapo calato sugli occhi, non vede e si adopera in ogni modo per non essere visto. Non s’arrischia a entrare in una compagnia nel timore di essere maltrattato o umiliato, di lasciarsi andare in atti o discorsi, o di far sì che lo reputino un poveraccio. Egli pensa che tutti siano lì a guardare lui”.
 

Questa descrizione dell’ansia sociale risale al 5° secolo a. C. e la dobbiamo al grande medico greco Ippocrate.
E tutti sono in grado di capire in cosa consista perché tutti, in qualche fase della vita o in qualche particolare situazione si sono domandati: “piacerò?”, “mi accetteranno?”, “farò buona impressione?”. Tutti, quindi, proviamo qualche forma di ansia sociale: attaccare bottone con un individuo dell’altro sesso; incontrare un potenziale datore di lavoro; tenere una conferenza in pubblico; esibirsi come solista in un gruppo musicale. Come spesso avviene, è questione di misura, e fra ansia sociale lieve, grave, fobia sociale e mania di persecuzione ci sono molte differenze. Ma superare la paura degli altri è possibile.
 

La timidezza una malattia?
Nel 2004 il Dsm IV (Manuale diagnostico e statistico dei disturbi mentali), bibbia degli psichiatri americani, ha inserito per la prima volta la fobia sociale fra le patologie. Ma la descrizione che ne dava il testo era talmente generica che molti ricercatori americani sottolinearono il rischio di tramutare in malato chi fino a quel momento era stato solo timido. Christopher Lane, della Northwesten University di Evanston (Usa), nel libro Shyness: how normal behavior became a sickness (Timidezza: come un comportamento normale divenne una malattia, ndr), ha spiegato che «un tempo i timidi erano introversi, ora sono malati mentali L’imbarazzo a mangiare in luoghi pubblici o il disagio a interagire con figure di autorità adesso viene definito ansia sociale». Lane accusa le aziende farmaceutiche di medicalizzare caratteristiche personali come la timidezza, per poter proporre una soluzione farmacologica. Ricky William, star del football americano, fece ad esempio il suo “comeout” come fobico sociale in un programma televisivo, «ma l’unico sintomo di fobia sociale di Williams» scrive ancora Lane «fu non rivelare quanto fu pagato dalla GlaxoSmithKline per questa esibizione». Non a caso contemporaneamente le fermate degli autobus negli Usa furono tappezzate da pubblicità di un antidepressivo della Glaxo con lo slogan “ immagina di essere allergico alla gente”.
 

Bimbi reattivi
Ma chi soffre di ansia sociale? La maggioranza dei neonati va in braccio a tutti senza timore, sorridendo anche agli estranei. Gli studi di Jerome Kagan, docente di psicologia alla Harvard University di Boston, hanno dimostrato che su 450 bimbi di 4 mesi solo il 20% (che Kagan chiamò “altamente reattivi”) risponde con paura e pianto all’avvicinarsi di un estraneo,  menre  circa  il  35-40%  mostra  scarsa  reattività. Poi, intorno ai 7-8 mesi, quando si avvicina la fase del gattonamento e quindi la possibilità che il bimbo si allontani troppo dalla madre con tutti i rischi che questo comporta, tutto cambia e inizia per quasi tutti una fase di “paura dell’estraneo”. Questa fase normalmente svanisce da sola con il passare dei mesi, ma può ricomparire in alre fasi della vita o in situazioni particolarmente critiche. Kagan ha dimostrato che tre anni dopo, intorno ai 4 anni e mezzo, l’87% dei bambini che a 4 mesi erano “altamente reattivi” avevano un comportamento meno pauroso anche se nessuno di  loro  era  definibile  “estroverso”.  Anche  le  storie  di  vita che possono aiutare a superare questi problemi, o renderli sempre più un ostacolo, hanno un peso. Se uno dei genitori teme il giudizio degli altri ed evita le interazioni nelle quali si apprendono le abilità sociali, le difficoltà aumentano. Un tempo il bimbo timido si chiudeva in camera a leggere e diventava un pozzo di scienza per poi riaffermarsi con il ruolo di primo della classe. Oggi i bimbi timidi si rifugiano su internet dove i rapporti sociali sono tanto “distanti” da non spaventare, con il rischio di rimanere intrappolati. Sono nascosti così gli hikikomori, cioè adolescenti in “clausura”, che da anni non escono dalla loro stanza: un fenomeno dapprima giapponese, ma ora anche italiano.
 

Ansia e fobia sociale
Tamaki Saito, psicoterapeuta e direttore del servizio medico del Sofukai Sasaki Hospital di Funabashi in Giappone,  che ha coniato il termine HIKIKOMORI, è stato il primo a studiare questo disturbo («non una patologia»). «Si chiudono in una stanza e sostituiscono la via reale con quella virtuale. Internet e i giochi di ruolo sono una conseguenza, non la causa» dice Giuseppe Lavenia, del centro Nostos di Senigallia, che ha trattato una decina di casi. Ma così facendo  il  ritorno  al  mondo  diventa  sempre  più  difficile. Certo gli hikikomori sono una novità, ma chi soffre di ansia sociale c’è sempre stato: basti pensare agli angoscianti romanzi Il processoe Il castellodello scrittore ceco Franz Kafka (1883-1924) o al dipinto L’Urlodel pittore norvegese Edvard Munch (1863-1944). Come superare la paura degli altri? La psicoterapia comportamentale dà ottimi risultati. Giorgio Nardone, del Centro di terapia strategica di Arezzo, ha sviluppato 2 tecniche di psicoterapia breve per affrontare le forme più gravi di paura degli altri. Una va alla radice dell’ansia sociale grave e della fobia sociale, l’altra affronta i problemi della mania di persecuzione. La prima terapia insegna ai pazienti a usare l’effetto paradosso e si basa sulla peggiore fantasia«I cinesi dicevano: spegnere il fuoco aggiungendo legna, e noi spegniamo l’ansia aggiungendo timori» dice Nardone. Invita i pazienti a esercitarsi per due settimane in un semplice esercizio: ogni giorno devono sedere per mezz’ora in una stanza al buio e immaginare le cose peggiori, come di diventare rossi in pubblico, di bloccarsi e non riuscire più a parlare, di fare una stecca terribile sul palcoscenico, di fare scena muta alla conferenza. Insomma di essere le vittime delle loro peggiori paure. Il paziente scopre che più spaventosa è la fantasia e più la paura si riduce e lui si rilassa. Con questa tecnica le persone possono prepararsi ad affrontare qualsiasi arena. Nardone ha risolto il 94% dei casi (e sono migliaia) che si sono rivolti al centro negli ultimi 20 anni.

 

 







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