In fondo, siamo tutti un po' ladri

Grandi ideali in crisi: si giudica sé e gli altri in base ai propri principi.
Ognuno commette piccole trasgressioni ma non bastano a fare di noi dei poco di buono.

di Manuela Stefani

 

Vi è mai capitato di mettervi in tasca cinque euro di resto che non vi spettavano? O di rubare il giornale del vicino di casa dalla sua cassetta della posta? O di parlare male di qualcuno che in fondo non merita la vostra durezza? Probabilmente sì e altrettanto probabilmente non vi siete sentiti disonesti per questo: per la maggior parte di noi, simili sciocchezze non rappresentano atti di disonestà e non minano il nostro senso di integrità morale. Eppure, non possiamo dire che azioni come queste siano “oneste”. Ma tant’è: qualcuno si difenderà dicendo che si tratta di piccole trasgressioni che non hanno nulla a che vedere con le questioni fondamentali dell’esistenza, sulle quali ci si sente in dovere di essere più rigorosi. Dove sta dunque il limite tra onestà e trasgressione? Lo abbiamo chiesto allo psicologo Luigi Baggio, che ci ha dato una risposta provocatoria: «Una molecola di negatività può addirittura ottimizzare il funzionamento di sistemi complessi come gli essere umani. Un cioccolatino aiuta a sopportare una dieta, il permesso di tenere un angolo in disordine aiuta il genitore a far sì che il figliolo si preoccupi di rassettare il resto. Allo stesso modo una trasgressione a un comportamento integerrimo permette di mantenere sano uno schema di moralità e di onestà». E davvero così? «In ciascuno di noi coesistono parti positive e parti negative, oneste e disoneste. In situazioni di normalità, sono le prime a emergere», continua Baggio. «Sono quelle che ricevono più rinforzi da parte dell’ambiente esterno (genitori o dagli insegnanti). Ciò non significa che le altre non ci siano e che non abbiano bisogno di far sentire la loro voce». Se pensiamo all’adolescenza, età dell’oro delle trasgressioni, viene da pensare che queste siano il modo più forte da parte dei nostri figli per dirci di no: no ad assomigliarci in tutto, no a fare ciò che chiediamo, no a essere un’appendice cli noi. «Se questo meccanismo funziona come si deve, il risultato è un adulto mediamente sano che ha imparato che la trasgressione, usata bene e limitatamente, aiuta a crescere», conclude Saggio, che aggiunge: «Una trasgressione produce anche scariche di adrenalina, aumento del battito cardiaco, tensione muscolare, senso di eccitazione. Ciò diventa un rinforzo positivo creando euforia, senso di potenza, aumento dell’immagine di sé e complicità, se a trasgredire non si è soli. Ovviamente il tutto funziona se si tratta di una piccola trasgressione».

Non si nasce perfetti
«L’onestà non è un tratto del carattere», dice Sergio Marsicano, psicoanalista, «ma l’adeguamento volontario a una convenzione sociale. La regola divide il bene dal male, il possibile dall’impossibile. La legge significa proprio “limite del possibile” e l’onestà può essere intesa come “aderenza” a questo limite». Quindi trasgredire implica superare il limite e sporgersi nel campo dell’impossibile. «La legge ingabbia il desiderio dove esso porta conflitti», aggiunge Marsicano. «La regolamentazione del desiderio si concretizza nella legge. Su ciò si struttura la legislazione di un Paese, alla base della vita sociale e del comune sentire morale».

 

Sulle leggi prevale il giudizio
«La necessità di darsi delle regole nasce dal fatto che l’aggressività è presente nell’uomo ed è difficile gestirla», dice lo psichiatra Gugliemo Campione. «Un modo per contenerla è organizzare la vita sociale sulla base della legge». Ma la legge, prima ancora di appartenere alla società, è dentro l’individuo.
Ognuno le attribuisce un valore speciale, influenzato dalla storia personale. «Oggi viviamo in un’epoca in cui le categorie ideologiche e ideali sono in crisi», sottolinea Campione. «Prevale il giudizio individuale, basato sulle proprie priorità. Secondo questa logica, anche la trasgressione a una legge del gruppo è giudicata soggettivamente e ciò porta a un aumento dei conflitti».

 

Le eccezioni alla regola
Non mancano le reazioni a questa relativizzazione dei valori e chi segue criteri opposti. I cattolici più convinti osservano alla lettera le regole che l’autorità religiosa (il papa) stabilisce e professano di credere a un sistema di valori assoluto e universale. «I musulmani rinunciano al pensiero individuale e accettano di perdere la propria identità per diventare massa (identità-massa). Lo scopo è difendersi meglio dalle aggressioni esterne. La controindicazione è che l’individuo non pensa più», finisce Campione, e la cronaca purtroppo è sotto gli occhi di tutti, tristemente, a ricordarlo.

 

Quando valutiamo l’onestà degli altri, usiamo lo stesso metro che adoperiamo per noi stessi?
“Molto spesso il differente metro di giudizio adottato nel considerare il nostro comportamento o quello degli altri deriva dal mancato riconoscimento di questi come persone», dice il sociologo Pierluigi Avarone. «La formazione dell’identità è basata anche sulla diversità (siamo “noi”, e siamo diversi dagli “altri”) e se questo passaggio può già di per sé diventare causa di conflitto, è fonte di maggiori problemi quando la diversità diventa ostacolo al riconoscimento dell’altro come essere umano e, come tale, nostro simile».

Gli Inuit e i Bantù, per esempio, si autodefiniscono “uomini”: questo infatti è il significato delle due parole nelle rispettive lingue: ciò porta, magari inconsciamente, a non considerare “uomini” tutti gli altri. «Un atteggiamento simile è riscontrabile anche nella nostra cultura quando valutiamo e definiamo gli altri in base alla loro appartenenza politica, religiosa, etnica o di classe in senso dispregiativo. Di fronte a noi non c’è più un uomo, ma solo un individuo contro il quale qualunque atto può essere giustificato», continua Avarone. Per evitare che ciò accada è necessario che i genitori e, successivamente, le strutture scolastiche, educhino le nuove generazioni al rispetto della diversità e al riconoscimento del prossimo come proprio simile.» Per questo è necessario che il bambino venga amato e accettato dai genitori per quello che è, in modo incondizionato (“ti riconosco e ti amo per quello che sei” e non “ti riconosco solo se...”).

Questa forma di rassicurazione. una volta interiorizzata, permetterà al bambino diventato adulto, oltre che di aderire serenamente all’esistenza, di rispettare il prossimo, sempre e chiunque esso sia».







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